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Da “Giovinezza” a “Bella ciao”

Canti del Ventennio. Spartiti d’epoca dalla Marcia su Roma alla Liberazione

di Carlo Pagliucci

Dopo i Canti della Grande Guerra, proposti su queste pagine lo scorso anno, proseguo il racconto della Storia d’Italia in musica, illustrando, attraverso gli spartiti d’epoca, il Ventennio qui convenzionalmente inteso che parte dalla Marcia su Roma del 1922 e continua con la Seconda Guerra mondiale, la Repubblica di Salò, la Resistenza, sino ad arrivare alla Liberazione dell’aprile del 1945. Furono quelli, anni tumultuosi ricchi di canti a carattere patriottico e politico-sociale, spesso di propaganda, asserviti all’ideologia e all’azione prima del Fascismo poi della Resistenza. I canti di entrambe le parti furono spesso eredità del passato (Risorgimento e Grande Guerra), talora addirittura gli stessi riarrangiati, con testi somiglianti, sovversivi o retorici, esaltanti eventi, simboli e miti contrapposti (es. romanità verso bolscevismo) ma anche tra loro comuni (patria, libertà, coraggio, onore, gioventù, lavoro, famiglia, amore, nostalgia). Originalità e freschezza musicale non mancarono, anche se i più belli e popolari discendono da precedenti motivi: l’inno Giovinezza origina dal goliardico e romantico canto Commiato a sua volta ripreso da un antico gioco giovanile (Il cerchio), Bella ciao risale a ballate del nord-Italia e da uno scioglilingua infantile; Faccetta nera fu addirittura tacciata di plagio di tre canzoni; Fischia il vento deriva da una canzone d’amore russa, Lilì Marlèn dal nostalgico canto d’amore di un soldato tedesco della grande Guerra. Ma esistono anche nuove composizioni suggestive che, se spogliate dal nero e dal rosso, rientrano a pieno titolo nella storia canoro-musicale nazionale e potrebbero essere ancora piacevolmente intonate, attenuandone marzialità, enfasi espressiva e termini obsoleti.

Un affresco di storia italiana

Ciò che fa del canzoniere del ventennio un unicum di interesse storico è la sua vastità e varietà, il rappresentare una società articolata e in trasformazione, ricca di contrasti e contraddizioni, pervasa da eventi straordinari, drammatici e complessi, ma vitale e reattiva. L’orientamento dei canti fu popolare e di massa grazie all’ausilio dei moderni mezzi di comunicazione (Radio, Cinema, etc.), ebbe radici di italianità (l’eroico ragazzo Balilla, la Roma imperiale, etc.), esuberanza, ottimismo, orgoglio, speranza, intimismi e malinconie comparvero solo verso fine guerra. Non mancarono parodie, canzonette satiriche e canzonacce (es. Sanzionami questo!). Il giovane fervente fascista A. Gravelli, nel libro I canti della Rivoluzione (1926), scrisse: «il fascismo vinse perché aveva i canti più belli», ma bei canti ebbe anche la Resistenza e paradossalmente una tra le più belle e fresche canzoni per musica e parole fu composta dai “ragazzi di Salò” (Canzone strafottente) nella drammatica guerra civile di fine guerra. Il ventennio inoltre, malgrado tutto e gli ancora frequenti luoghi comuni, vide la nascita: della “mitica” Canzone Italiana dei Bixio, Mascheroni, D’Anzi, Kramer etc; di una sua propria età del sincopato e del jazz; di novità di musica colta e d’avanguardia pur con difesa del melodramma; della moderna musicologia ed etnomusicologia, del cinema sonoro e di importanti istituzioni musicali; ci fu lo sviluppo di nuovi popolari strumenti musicali (fisarmonica, sassofono…), di orchestre, di canti ed eventi musicali di rievocazione storica e folclore locale… È dunque uno straordinario affresco della storia musicale italiana, variopinto e controverso, certo con elementi che oggi appaiono retorici, stucchevoli, ridicoli o violenti e detestabili ma ricco di creatività e novità ammirevoli, l’ultima stagione in cui la Nazione italiana ha musicato e cantato con idealità e intensità la propria storia. In un giudizio sommario comparativo direi che il ventennio musicale esagerò in eroismo e contrapposizione tra ideologie e fazioni, a scapito del Patriottismo unificante del Risorgimento e delle espressioni di umanità, sofferenza, speranza e protesta della Grande Guerra, rispetto alla quale fu più nazionale e internazionale ma mancò delle canzoni di Napoli, degli alpini e della montagna.

Le tematiche del canto fascista

Il vastissimo repertorio iniziò ad opera dei reduci e degli arditi delle trincee, con l’esaltazione della violenza e dello scontro armato come espressione di malcontento e delusione per gli esiti della Grande Guerra, la Vittoria mutilata (senza Istria e Dalmazia), e la crisi economica e sociale, con canzoni dedicate agli squadristi in camicia nera, contenenti nuovi slogan quali “A noi”, “Eja eja alalà” – saluto coniato da D’Annunzio accoppiando un saluto latino col grido di guerra greco di Achille – riferimento ad armi primitive (pugnali, bombe a mano e il “santo” manganello) o evocanti eventi speciali. Un filone molto curato mirò a formare (o “inquadrare”) gli italiani sin da piccoli nell’Opera Nazionale Balilla – ONB (poi confluita nella Gioventù Italiana del Littorio – GIL) tramite canti dedicati e l’insegnamento canoro-musicale. Ogni categoria di giovani fascisti ebbe i propri inni: Figli della lupa (6-8 anni), Balilla e Piccole italiane (ragazzi e ragazze 8-14 anni), Avanguardisti e Giovani Italiane (ragazzi e ragazze 14-18 anni) e poi Fasci Giovanili di Combattimento, Giovani fasciste, studenti di scuole superiori e Universitari. Simbolo della ritualità fascista fu l’inno Balilla, dal nome dell’intrepido ragazzo genovese che dette inizio con un sasso alla rivolta contro gli occupanti austriaci nel 1746. Protagonista incontrastato del repertorio canoro fu Mussolini che alimentò, assieme ai suoi tanti devoti e cortigiani, la mitizzazione del Duce in varia veste (capo carismatico del governo, del popolo, etc, condottiero, faro, combattente, minatore, riformatore, letterato, uomo della Provvidenza, etc.) con innumerevoli canti dedicati, riprendenti (anche nei titoli) i suoi motti ad effetto (me ne frego; libro e moschetto, fascista perfetto; molti nemici, molto onore; noi tireremo diritto; marciare, non marcire!; vincere e vinceremo!, etc.), spesso con spartiti illustrati da sue immagini nelle più varie pose, ma sempre di fierezza e sicurezza.


Molti canti possono ricondursi alle seguenti tematiche interconnesse e parole chiave:
Africa: espansionismo “per un posto al sole” (Libia, Etiopia, Somalia), colonialismo e missione civilizzatrice, conquiste, riconquiste e disfatte, belle abissine ed amori esotici, inni marziali e canzoncine d’evasione e satiriche.
Impero: mito e simboli di Roma antica e romanità, legioni e legionari, re imperatore.
Guerra mondiale ’40-‘45 e di Spagna ’36-’38: canti e canzonieri dei soldati con recuperi dal passato e nuovi motivi e slogan, quali disprezzo della morte, sanzioni, etc, ma anche canti di preghiera, di fratellanza e di svago di soldati. Corpi militari: enfasi su aviazione e imprese aeronautiche italiane, oltre ad artiglieri, carristi, marinai e sommergibilisti, paracadutisti, etc. Varie: ai tradizionali sentimenti di patriottismo e d’intimismo individuale (mamme, fidanzate, spose, figli, ninna nanne, etc.) si sommano temi caratteristici quali: risparmio, prestiti e offerte per la patria (oro, ferro…), industria, radio, cinema, folklore locale, autarchia, campagna, battaglia del grano, bonifiche agrarie e nuove Città di fondazione (Littoria – l’attuale Latina – Sabaudia, Carbonia, Cervinia, etc.).

I musicisti fedeli al regime

Il ventennio pose molta attenzione all’insegnamento musicale e promosse una propria scuola di musicologi, quali Assuero Gravelli (I canti della rivoluzione, 1926), Achille Schinelli (L’anima musicale della Patria, 1928), Cesare Caravaglios (Canti delle trincee, 1930), Francesco Balilla Pratella (Manifesto di musica futurista, etnomusicologia). Tra i musicisti più strettamente legati ai temi prediletti dal regime, si evidenziano per capacità e rinomanza dei loro lavori, quattro nomi che hanno lasciato un segno tangibile nella storia musicale del periodo. Blanc Giuseppe (Bardonecchia 1886 – S. Margherita Ligure 1969). Cantore del regime, studente a Torino, laureato in giurisprudenza, ufficiale degli alpini nella Grande Guerra, il Blanc in seguito si dedicò totalmente alla musica. Esordì ventenne con brani sentimentali tipici dell’epoca, il valzer sempreverde Malombra 1906, l’operetta La festa dei fiori 1913 e, assieme al poeta Oxilia caduto giovanissimo al fronte della Grande Guerra, il goliardico e romantico canto dei laureandi Commiato (1909); questo brano fu più volte rimaneggiato (nel titolo, testo e ritmo musicale), prima in Inno degli Sciatori (e degli Alpini), poi degli arditi ed ancora dei fascisti, originando infine la celeberrima e marziale Giovinezza, anch’essa in varie versioni, nominata nel 1925 inno ufficiale del Partito Nazionale Fascista e, come, tale, acclamata per vent’anni e poi demonizzata alla caduta del regime. Le composizioni di Blanc, spesso in coppia col poeta Bravetta, marcarono le fasi del regime: Balilla, Bimbe d’Italia, Inno degli universitari fascisti (“siamo fiaccole di vita”), Mediterraneo, Etiopia, La marcia delle legioni (che anticipò di un decennio la nascita dell’impero), Impero, Preghiera del milite, Inno della Somalia italiana, etc. Protagonista culturale, insignito dal regime di poteri e onorificenze l’autore fu emarginato e dimenticato nel dopoguerra, restando in inoperoso silenzio, salvo l’inno composto nel 1960 per la neonata repubblica somala. Blanc è l’emblema della parabola di bravi compositori asserviti all’ideologia e al regime politico, aventi eccessivo successo e poi totale oscuramento ed oblio, incapaci o non vogliosi di riconvertirsi.


Giuseppe Pettinato. Di Pettinato, uno dei protagonisti dell’innodia fascista e del canto corale giovanile, paradossalmente, non si conoscono i dati biografici. L’autore produsse, a partire dalla Grande Guerra, un vasto repertorio musicale di brani anche pregevoli: Inno al fante, Inno delle giovani italiane (Inno ufficiale del PNF), Bimbe del littorio, Figli della Lupa, Ala imperiale, Balilla marinaretti, La madonnina del Grappa, etc. Di lui non si avrà più notizia dopo la Seconda Guerra mondiale.
E.A. Mario (Napoli 1884 – Roma 1961). L’inesauribile autore dell’indimenticabile Leggenda del Piave (Inno nazionale mancato per un pelo) proseguì la fertile produzione con brani vigili testimoni dell’epoca ma non più musicalmente pregevoli, come Inno del Grano, Ci rivedremo in primavera, Noi tireremo diritto (replica alle sanzioni all’Italia per l’invasioni africane); nel 1944 creò il capolavoro senile Tammuriata nera, dedicato alla nascita a sorpresa di un bambino “niro niro” da una napoletana durante l’occupazione americana.
Rodolfo De Angelis (Napoli 1893 – Milano 1965). Geniale ed eclettico attore, artista, cantautore, De Angelis scrisse ironiche ed ambigue canzoni su temi socio-politici d’attualità (Ma cos’è questa crisi?,1933, Sanzionami questo, 1936, C’è troppa concorrenza, Una volta… non c’era Mussolini!, etc).

I rinomati “mutevoli” compositori di regime

Mario Ruccione (Palermo 1908 – Roma1969). Autore melodico, oltre 1500 brani, non sempre eccellenti ma di grande orecchiabilità e popolarità, Ruccione fu straordinario esempio di riuscita riconversione a generi musicali e ambienti politici molto diversi: dai primi motivi romaneschi (Serenata a Maria, 1933, Popolanella, 1934) a Faccetta nera (una canzoncina d’evasione lanciata nel 1935 con enorme successo dalla voce di Buti, poi caricata di simboli politici eccessivi), ai canti di guerra, La sagra di Giarabub, 1941 (“colonnello non voglio pane, dammi piombo pel mio moschetto”), La canzone dei sommergibili, 1940 (“taciti ed invisibili… va la vita va”), Camerata Richard, 1942 (la fratellanza tra soldati), Come folgore (Inno dei paracadutisti, 1942), inclusi quelli per la guerra civile spagnola (Volontari della morte, Spagnolita, ecc.). Nel dopoguerra, oltre Bianco Padre (popolare inno, religioso-marziale dell’Azione Cattolica) e La canzone dell’Uomo qualunque, 1945, su parole di Zorro (alias il Giannini fondatore dell’omonimo partito), Mario Ruccione firma innumerevoli motivi all’italiana, dalla sempreverde Vecchia Roma (1949) alle canzoni del Festival di Sanremo dove trionfa più volte con ad esempio Madonna delle Rose, 1952, e Buongiorno tristezza, 1° premio del 1955, interpretata dal cantante popolare Claudio Villa.
Eldo Di Lazzaro (Trapani 1912 – Milano 1968). Laborioso compositore di motivi all’italiana popolari anche all’estero: Chitarra romana, 1935, La romanina, Di Lazzaro è ricordato soprattutto per Reginella campagnola, 1938, massimo successo del filone canoro celebrante l’ambiente e il lavoro agreste patrocinato dal regime. L’autore contribuì anche alla propaganda di guerra con Carovane del Tigrai (1936), Cara mamma, e Sul Lago Tana, pezzo del 1936 («…senti cantar Faccetta nera…»), etc. Contributi al canto di regime vennero da tutti i principali compositori italiani con titoli e temi vari, spesso con accenti coinvolgenti e illustrazioni pregevoli: Olivieri (Macallè e Adua), Militello (Ciao bel soldatin, Ninna nanna grigioverde), Derevitsky (Fiocco di lana), De Palma (Addio bambina), Filippini-Manlio (Caro Papà, il giovane figlio di un soldato in guerra cura l’orticello di casa), Benedetto-Sordi (Ciao Biondina, un pregevole arrivederci), Redi (Carovaniere), Oldrati-Rossi (la scanzonata ma allusiva Ti saluto! vado in Abissinia!), Mariotti, Ravasini, Sciorilli, Rusconi, Dom Caslar, etc. Esempi dell’epoca d’oro della scuola romana sono il chitarrista popolaresco Del Pelo (la commovente Ho scritto al duce narra di un fanciullo claudicante che sogna di avere una camicia nera e sfilare con i coetanei balilla) ed il geniale e sarcastico Petrolini che, sorprendentemente, celebra la romanità e il Duce con Roma Anche i maggiori compositori lasciano tracce del ventennio fascista: Bixio (Chitarra spagnola, 1939, per la Guerra di Spagna), Mascheroni (MNF, Me Ne Frego, Vincere), Kramer (Ninna Nanna azzurra, 1936, in memoria di caduti dell’aria), Fragna (Illusione!, forse riferita al Duce), D’Anzi (l’autore di Madonina e Ma l’amore no scrive un esplicito Saluto al duce oltre ad altri inni di regime in anonimato). Decade la vena patriottica e militaresca napoletana, salvo il solito creativo E.A. Mario che con Cannio, dopo il capolavoro della Grande Guerra (‘O surdato ‘nnamurato), firma una compromettente Camicie nere. Sviluppi ebbero anche le composizioni per banda; ricordiamo quelle create dal direttore musicale della Regia Guardia di Finanza Giuseppe Manente come la Marcia Sinfonica – L’avvento, 1927. In parallelo non cessò, ma anzi crebbe come mai, la produzione di canzoni d’evasione (sentimentali, allegre, ballabili), forse anche come antidoto al clima politico e di guerra.

Celebri operisti, musica colta e d’avanguardia

Fra tradizione e modernismo, musicisti popolari ed elitari, troviamo Giacomo Puccini (1858-1924) che fa in tempo a plaudire la Marcia su Roma e ad essere nominato senatore nel 1924, avendo già composto nel ’19 l’lnno a Roma, successo e sostegno del Regime (“sole che sorgi libero e giocondo”), cantato da cori oceanici, brano spesso abbinato a Giovinezza, unico suo lascito patriottico, molto di più di quella «bella porcheria» come definita dall’autore. Di minor rilievo sono Il canto del Lavoro di Mascagni (1927) e l’Inno del Decennale di Giordano (1932). Tra i molti compositori vecchi e nuovi (Zandonai, Respighi, Pizzetti, Casella, Cilea, Alfano, Petrassi, etc) che si accostano ai miti del ventennio, si segnala Malipiero per la splendida colonna sonora del film Acciaio, storico documento sulla nascente industria di Stato. Compiacenti verso il regime furono anche celebri cantanti, come il tenore Beniamino Gigli, e direttori d’orchestra, pur in presenza di voci di dissenso: clamoroso il rifiuto di Toscanini di eseguire Giovinezza a Bologna.

Localismo e folclore musicale

Il fenomeno del folclore storico-musicale, alimentato ed enfatizzato dal fascismo, riguardò il recupero e la celebrazione delle tradizioni locali tramite nuove speciali iniziative popolari quali: la battaglia del grano, le bonifiche agrarie, le città di Fondazione (come Littoria, l’attuale Latina) e particolari eventi di rievocazione storica locale o del mito di Roma. Il tutto fu sostenuto e amplificato dalla musica, dal canto (spesso corale) e dalla creatività di autori sia famosi sia in gran parte minori e ad oggi dimenticati, i quali lavorarono a composizioni dedicate. Due esempi di successo del folclore storico-musicale locale si hanno in Arezzo dove nel 1931 il podestà Occhini ripristinava stabilmente la medievale Giostra del Saracino per la quale, nel 1932, il celebre compositore di operette elbano ed aretino elettivo, Giuseppe Pietri (1886-1946) musicò, su testo del poeta locale Alberto Severi, l’Inno del saracino, divenuto emblema della stessa città toscana e così legandosi strettamente all’autore di Addio Giovinezza, Acqua Cheta e Maristella. Sempre in Arezzo, nel 1937 nasceva, nel grazioso borgo di Lucignano (Val di Chiana, Arezzo), la Maggiolata, festa della Primavera oggi tra le più rinomate, da sempre animata da canti e balli della tradizione o creati ex-novo. Tra gli spartiti a carattere regionale si segnala il brano I figli di Romagna, omaggio alla Romagna fascista del futurista musicista e etnomusicologo Francesco Balilla Pratella (1880-1955) .

Canti di Salò, della Resistenza e di tutti i soldati

Si tratta di bella musica ma raramente originale, meglio i testi, di trasmissione orale con assenza di editori e di “pittori della musica”.
Repubblica sociale, 1943-45: i fascisti del dopo 8 settembre ebbero propri canti, ma pochi e raramente originali. “Bella e disperata”, simbolo dell’isolamento e orgoglio residuo è La canzone strafottente (più nota come Le donne non ci vogliono più bene), testo del giovane volontario Mario Castellacci (futuro autore e dirigente RAI di successo) e musica di G. Fogliata. Celebri furono anche L’inno della Decima Mas (Valerio Borghese, 1943) e il mancato inno ufficiale La Marcia del volontario (Porrino, 1944).
Resistenza, 1943-45. Il movimento partigiano ebbe moltissimi canti, ma quasi sempre con musica ripresa da motivi precedenti, come attestato dai due brani più belli e popolari passati alla storia. Oltre ai sempre in voga ed abusati Inno dei lavoratori e Bandiera Rossa, anch’essi rimaneggiati e risalenti a molti anni indietro, ricordiamo: Fischia (o Soffia) il vento, canto dei partigiani di maggiore diffusione e popolarità durante la fratricida lotta di liberazione e poi abbandonato per il troppo sbilanciato testo (1943) del partigiano-medico medaglia d’oro Felice Cascione (“rossa primavera, sol dell’avvenire”) e per l’origine russa della melodia (Katyuscia, splendida aria d’amore del ‘38 e poi ripresa dall’esercito russo in guerra, e trapiantata in Italia dai reduci della campagna di Russia); Bella ciao (1944), brano di origini incerte, originato da ballate varie – forse anche straniere o da un canto delle mondine – con musica tratta da una filastrocca infantile con battito di mani. Simbolo di libertà, lotta, protesta e del lavoro di donne e uomini di ogni Paese, Bella ciao, probabilmente cantata solo dal dopoguerra, avrà poi diffusione mondiale, soprattutto grazie al successo del popolare cantante Yves Montand (1950) e dell’omonimo “scandaloso” spettacolo al Festival di Spoleto 1964.
Canto di tutti i soldati del mondo fu Lili Marleen italianizzato in Lilì Marlèn. Il testo, creato dal poeta tedesco Leip durante la Grande Guerra prima di partire per il fronte russo, fu musicato nel ‘38 da Schultze per un Cabaret di Berlino dove cantava Lale Andersen; la sua dolce e triste voce, trasmessa ogni sera nel 1941 da Radio Belgrado ne fece la canzone più amata dalle truppe tedesche ma dalle anche nemiche. Per questo motivo il brano fu osteggiato dal regime nazista che confinò la cantante in un’isoletta del Nord mentre Marlene Dietrich, espatriata negli Usa, la rilanciava – con voce più cupa e artefatta – nel 1941.


L’epoca d’oro della Fisarmonica

La fisarmonica, soprattutto italiana del distretto di Castel Fidardo, ebbe straordinario sviluppo e successo popolare nel ventennio; suonata durante la guerra dai soldati di tutti gli eserciti, si prestò alla musica folcloristica e campagnola del Regime e in seguito alla diffusione di canzonette e ballabili (anche Jazz!) che alzavano un po’ il morale negli anni bui e dolenti di Guerra. Un’editoria musicale specializzata proponeva canzonieri di ogni genere, di pace e di guerra, con illustrazioni accattivanti in tipico stile fascista firmate da nomi noti (Natoli, Boccasile, etc.) o ignoti. Proliferano scuole, suonatori e compositori. Ad Arezzo spiccava il maestro Fidelmo Mariottini (1883-1971), compositore, direttore di fisorchestre e di bande di folclore locale (Maggiolata di Lucignano, Carnevale di Foiano) e si sviluppava una pregiata produzione di fisarmoniche, tra cui l’ancora attiva Navini, che nel ventennio crea un modello di colore nero detto Balilla, come l’omonima auto popolare della Fiat degli anni ’30 e la prima autarchica ed economica radio mirata alla diffusione di massa degli ascolti.


Nuovi mezzi di comunicazione e propaganda

Celebrazioni e propaganda usarono e svilupparono i moderni mezzi di comunicazione di massa nati in quegli anni, in primis il Cinema (Il Centro Sperimentale di Cinematografia, 1935, Cinecittà, 1937, la Mostra Internazionale di Venezia, 1932, il filone di film “storici” tipo Scipione l’africano, pellicola del 1937) e la Radio (l’EIAR, 1927, attuale RAI, e di seguito la Discoteca di Stato). Quest’ultima, pilotata dal Ministero della Cultura Popolare (Minculpop), lanciò una rubrica quotidiana (Canzoni del tempo di Guerra) di tale successo da motivare l’intervento moderatore dello stesso Mussolini per evitare eccessi controproducenti. Cinema e Radio interagirono e si nutrirono del mondo variegato della musica e della canzone a carattere politico-propagandistico, ricreativo o d’evasione, avvalendosi anche dei contributi dell’ancora fiorente e seducente editoria musicale, vedi i rinomati e popolari Canzonieri della Radio tascabili.


Articolo pubblicato su La Gazzetta dell’Antiquariato n. 249 – Ottobre 2016

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